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In questo testo sorprendentemente moderno, Manzoni parla della tortura, dell’inquisizione, della peste per parlare dei temi a lui più cari: la giustizia, quella divina e quella umana, e il libero arbitrio.

Si tratta di un commento agli atti di un processo intentato ai presunti untori della peste nel 1630. Ciò che si racconta è realmente accaduto e noi ci immedesimiamo nei malcapitati che vengono presi nell’ingranaggio, capri espiatori da dare in pasto a un popolo terrorizzato e furente. L’incubo ha inizio.

La vicenda viene raccontata in modo serrato, come in un “legal thriller”. Le atmosfere vengono suggerite da inserti musicati e cantati. Una vera propria partitura: un concerto teatrale per voci e chitarra elettrica, tastiere e percussioni. Suoni, rumori e canti che richiamano urla, gemiti, preghiere,

In scena un leggìo, una sedia e tre piantane di metallo che alludono a patiboli, macchine da tortura, croci.

Sullo sfondo l’attualità: pesti che ciclicamente ci minacciano; la “pazza paura di un attentato che… “ha la trista virtù di far prendere per colpevoli degli sventurati”… torture, ingiustizie, processi sommari in corso anche oggi in varie parti del mondo. Perché “le istituzioni più assurde hanno sostenitori finché non sono morte del tutto, e spesso anche dopo, per la ragione stessa che sono potute vivere”.

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